Primo discorso in Consiglio Comunale


La Milano disegnata dal neo sindaco Aniasi

Discorso pronunciato in Consiglio Comunale la sera del 5 – 2 – 1968

e replica agli oratori intervenuti


Signori Consiglieri,

subito dopo la mia elezione a Sindaco ho formulato delle riserve.

Volevo, infatti, prima di risolvermi ad accettare l’incarico, verificare l’esistenza delle condizioni necessarie per un vigoroso rilancio dell’attività dell’Amministrazione diretto ad assicurare al Comune una funzione di guida nel progresso della nostra comunità.

E’ mia profonda convinzione, infatti, che l’inerzia dei pubblici poteri, la loro incapacità ad assolvere i bisogni collettivi, ad indirizzare ed a guidare lo sviluppo sociale ed economico della comunità amministrata, secondo un orientamento democratico, costituisca il primo ed il più grave danno per le istituzioni che vogliamo difendere.

La logica politica, il gioco democratico della maggioranza e della minoranza, il confronto tra diverse indicazioni legittimamente espresse, sono elementi cui si deve rispetto.

Essi debbono però trovare la loro naturale conclusione in un maggiore impulso ad operare ed in una più viva incisività dell’azione comunale.

E’ certo che le difficoltà di una situazione politica o le conseguenze di un’azione limitatrice nel campo economico-finanziario, derivata soprattutto da molteplici cause di ordine nazionale o da giudizi riferiti ad altre amministrazioni locali, non possono essere accolti come elementi validi a ritardare ulteriormente l’intervento comunale verso i bisogni fondamentali della città e della periferia.

Milano deve assumere un ruolo determinante nella sua area metropolitana, nella regione.

Non fare, vuol dire accettare di essere superati, vuol dire tollerare disuguaglianze  e ingiustizie, vuol dire compromettere in via definitiva le possibilità che oggi abbiamo di assicurare un ruolo di grande rilievo ad una città che si distingue per operosità, iniziativa e capacità di realizzare il proprio sviluppo.

Né può valere la logica del fare, secondo una valutazione solo contabile delle pur non trascurabili risorse comunali esistenti, perché anche ciò significherebbe operare in misura inadeguata e troppo lenta rispetto alle necessità.

Il vero nostro problema consiste nell’assicurare i mezzi necessari ai compiti che dobbiamo affrontare, stimolando ed impegnando al massimo le disponibilità che la nostra area e il suo sviluppo economico ci devono consentire.

Non si tratta, ovviamente, di accettare un processo di arricchimento o di smodata concentrazione delle risorse in un’area del nord secondo un disegno incompatibile con lo sviluppo democratico e pianificato della collettività nazionale.

Si tratta, piuttosto, di sapere cogliere le dimensioni e la rilevanza dei problemi che ci stanno di fronte e di chiamare ad affrontare questi problemi tutti coloro che ne hanno interesse.

Un Comune che rinunciasse ad investimenti economici e sociali sempre più necessari, provocherebbe un danno generale e in breve tempo una degradazione di tutta l’area alle cui sorti tutti siamo ugualmente interessati.

Un primo ordine di problemi da affrontare per evitare questi pericoli riguarda le condizioni politiche stesse nelle quali il nostro Consiglio opera.

Dobbiamo verificare le strutture della città, le capacità del Comune di assolvere i bisogni fondamentali e arretrati della periferia; il riconoscimento della scala nella quale bisogna operare per aggredire i problemi nodali dello sviluppo della nostra comunità; la creazione di strumenti e l’adozione di una metodologia che ci consenta di attuare una programmazione valida.

Programmazione necessariamente coordinata con i piani di livello superiore, tale cioè da non costituire la semplice esposizione
di un modo per assicurare il pareggio del bilancio, pareggio che
peraltro tutti siamo impegnati a mantenere, ma piuttosto un metodo
per raggiungere prima e meglio i nostri obiettivi civili fondamentali.

E’ chiaro che il presupposto perchè il Comune possa davvero
assumere una funzione di guida è costituito dalla nostra capacità di esprimere, sia pure in forma dialettica e in qualche misura contestativa, una volontà politica del Consiglio Comunale cd una riaffermazione della funzione amministrativa fondamentale alla quale tutto il Consiglio deve concorrere.

Non si può chiedere alle forze politiche di rinunciare ad essere se stesse o rinunciare, anche in piccola misura, ai principi che le ispirano, ma certamente dove esse si fanno portatrici di interessi generali e di valori democratici, si può e si deve chiedere loro una compartecipazione all’amministrazione della città.

In questo senso devono rinnovarsi i rapporti fra i gruppi e possono essere adottati prassi e metodi in larga misura nuovi.

Per dare un senso concreto a questo intendimento, credo che basti accennare ad alcuni orientamenti che il Consiglio vorrà valutare nel loro giusto significato.

I gruppi di minoranza potranno essere chiamati a partecipare all’amministrazione delle Aziende Municipalizzate e degli altri Enti per i quali la nomina spetta al Comune, secondo un principio di vasta e costante collaborazione tra tutti i componenti del Consiglio nella esplicazione della funzione amministrativa che del Consiglio è propria.

I criteri e le modalità per avviarci all’attuazione di questo principio, che può essere messo in atto fino dalle imminenti occasioni di nomine, potranno essere stabiliti d’accordo fra i gruppi. Nello stesso modo si potrà porre mano all’attuazione di Uffici di segreteria permanenti a Palazzo Marino e di un apposito regolamento per le Commissioni consiliari.

Queste Commissioni saranno così messe in grado di assolvere, effettivamente, per il complesso delle materie di loro competenza, i compiti di istruzione, dibattito, proposta e verifica per i qual i furono originariamente istituite.

Ci sembra, infatti, che una delle cause della lamentata scarsa efficienza delle Commissioni, sia da ricercarsi proprio nella mancata definizione dei compiti e nell’inesistente regolamentazione.

Eliminati questi inconvenienti, sarà possibile, per esempio, accogliere le richieste di un più puntuale accertamento da parte del Consiglio dell’intera situazione economica e finanziaria dell’Azienda Comunale.

Sarà, anzi, il primo argomento posto all’ordine del giorno della Commissione del Bilancio, che deve rappresentare un naturale strumento per acquisire al Consiglio, dagli amministratori e dagli organi operativi, tutti quegli elementi che risulteranno opportuni ed utili per un approfondito e meditato giudizio.

Non intendiamo nascondere nulla, e anzi riteniamo che questo esame non debba essere limitato ad una unica occasione, poiché pensiamo che sia opportuno esso avvenga in forma ordinaria e periodica.

Dovremo, però, concordare con i Capi Gruppo una maggiore snellezza di questa e delle altre Commissioni ed una più efficiente partecipazione dei gruppi consiliari.

In definitiva, l’assetto delle Commissioni, la loro struttura ed il loro funzionamento devono permettere a tutti i Consiglieri un maggior grado di conoscenza dell’organizzazione della vita comunale ed un maggior numero di informazioni, perchè essi sono amministratori del Comune ed hanno il dovere-diritto di conoscere per amministrare.

In questo modo l’Amministrazione potrà trarre frutto da esperienze più vaste e diverse da quelle consuete e disporre di elementi di conoscenza e strumenti operativi più efficaci per affrontare la programmazione comunale a breve, media e lunga scadenza.

D’altra parte al rinnovamento dei rapporti fra Giunta e Consiglio, secondo un impegno di maggiore collaborazione, dovrà corrispondere un’articolazione democratica delle strutture politiche all’interno della nostra circoscrizione amministrativa.

Il decentramento amministrativo deve consentire agli abitanti una maggiore partecipazione democratica alla vita della città, una capacità di iniziativa per affrontare e risolvere i propri problemi, un rapporto di collaborazione con il Comune.

A questo proposito crediamo opportuno non attardarci oggi nella ricerca di soluzioni che forse potrebbero risultare più efficaci di quelle proposte, però differendo ancora l’attuazione del decentramento amministrativo comunale.

Esiste una proposta approvata dalla Commissione Consiliare per il decentramento. Pure con le critiche e le riserve che ciascuno di noi può formulare, riteniamo che questo testo debba essere proposto subito all’esame del Consiglio, il quale potrà perfezionare il regolamento proponendo eventuali emendamenti.

Approvato il regolamento, sarà possibile attuare senz’altro il decentramento e dar vita ai Consigli di quartiere.

In questo modo si potrà condurre una concreta sperimentazione alla quale potrà essere posto il limite di validità di un biennio, così da poter successivamente emendare e correggere il regolamento approvato, anche alla luce dei necessari confronti con la realtà.

Con questa attuazione sperimentale che dovrà essere seguita da un Ufficio appositamente costituito, sotto la diretta responsabilità del Sindaco e del Vice Sindaco, affiancati dalla Commissione Consiliare per il Decentramento, credo che potremo fare un buon lavoro, trarre insegnamenti assai utili per il futuro, avviare gli studi necessari sia per correggere e migliorare le dimensioni geografiche attribuite ai quartieri, che per proporre istituti sempre più rispondenti alle esigenze della struttura amministrativa di Milano.

Anche la macchina burocratica del Comune dovrà essere rinnovata e resa più efficiente.

Nel far ciò il criterio di raggiungere la massima produttività e il miglior servizio per il cittadino con un rigoroso contenimento delle spese, sarà correlato al principio di consentire al Comune la assunzione dei nuovi compiti sociali che la vita moderna impone all’Ente pubblico.

L’analisi delle mansioni dei dipendenti comunali già prevista, la revisione del regolamento generale del personale e dei criteri dei concorsi, sono strumenti che devono anche consentire di fare del Comune un’istituzione più sensibile ai problemi della città, dai quali fino ad ora la tradizione l’ha voluto estraneo.

Affronteremo il problema della maggiore efficienza della macchina comunale e della maggiore produttività anche attraverso analisi, verifiche e ricerche, perchè il superato ordinamento legislativo e i superati controlli tutori, di cui spesso ci lamentiamo e nei confronti dei quali continueremo ad operare onde sollecitare le necessarie riforme legislative, non devono rappresentare una giustificazione per non affrontare gli inconvenienti che hanno cause del tutto interne, nascenti dall’esistenza di consuetudini, abitudini, regolamenti o circolari interne, talvolta in vigore da decenni e mai rinnovate.

Occorre tentare la razionalizzazione e lo snellimento dei metodi e delle strutture anche mediante la maggiore responsabilizzazione dei funzionari nei vari livelli, evitando l’accentramento burocratico, promuovendo il decentramento delle funzioni e chiedendo per questa attività la collaborazione delle organizzazioni dei dipendenti che potranno trovare una Amministrazione aperta ad ogni forma di consultazione e di discussione.

Siamo convinti che per questa via sarà possibile dare al funzionario, al dipendente, maggiore responsabilità, maggiore dignità nell’espletamento delle proprie funzioni e la consapevolezza di lavoro che si compie non per un imprenditore alla ricerca del massimo profitto, ma per una Amministrazione al servizio della città.

Anche questo è un modo per far sì che il cittadino guardi al dipendente comunale non come un suddito guarda al funzionario del principe, ma come un appartenente ad una comunità guarda a colui che lavora nell’esclusivo interesse della collettività.

Non sarà certo un lavoro facile, né semplice, nemmeno rapido; non saranno certamente sufficienti pochi mesi perchè non bastano solo riforme di metodi e di procedure. Bisogna rinnovare atteggiamenti e mentalità e superare una naturale diffidenza derivata dalla negativa pratica di sempre.

Occorreranno iniziative di pubbliche relazioni, corsi di qualificazione, riqualificazione e specializzazione per il personale e molti interventi che via via potranno essere affrontati, studiati e sottoposti all’esame del Consiglio, ma innanzi tutto occorrerà la ferma volontà di perseguire con tenacia e pazienza questi obiettivi.

Certamente, però, sin d’ora non possiamo fare a meno di cogliere la mancanza o l’intrinseca debolezza di alcune strutture della macchina comunale.

Vi sono state richieste, giustificate dalla realtà socioeconomica della città, di nuovi strumenti e nuovi interventi e credo che a queste richieste noi possiamo dare subito qualche risposta come testimonianza della nostra volontà di accogliere quanto la città ci domanda.

In questo quadro, per esempio, è nostra intenzione potenziare l’attuale Ufficio del Lavoro e dei Problemi Sociali affidandogli il compito di mantenere rapporti con i settori della cooperazione, dell’artigianato, dell’economia e dell’industria. Tale Ufficio, diretto dal Sindaco e dal Vice Sindaco, potrà costituire il tramite organico e istituzionale tra l’Amministrazione e il mondo del lavoro e della produzione.

In particolare, verranno attuati nelle forme opportune, interventi diretti ad accertare che le norme della sicurezza del lavoro siano rispettate, che non siano eluse le disposizioni relative ai contributi previdenziali e le norme sui contratti collettivi di lavoro, particolarmente per gli appalti comunali.

Gli strumenti tradizionali dell’Amministrazione si sono rivelati insufficienti e la carenza di personale dell’Ispettorato del Lavoro non ci dà la garanzia che le norme contenute nei capitolati d’appalto siano rigorosamente osservate.

La modifica dei rapporti fra gli organi fondamentali del Comune; il riconoscimento della funzione amministrativa che al Consiglio spetta; la organizzazione democratica della vita politica cittadina secondo le esigenze della realtà nella quale viviamo; il potenziamento e la trasformazione degli strumenti burocratici-operativi costituiscono le premesse perchè il Comune accresca la propria capacità e incisività e si ponga come elemento attivo e stimolante, nel processo di sviluppo della nostra comunità.

Dobbiamo però renderci conto che il Comune moderno al quale noi aspiriamo, non può limitarsi ad esercitare un ruolo nei confini territoriali che la tradizione e la legge gli assegnano e che la dimensione socioeconomica della nostra metropoli ha definitivamente superato.

Si tratta, in altri termini, di rinunciare ad ogni tentazione egemonica per saper individuare il ruolo che la nostra città è chiamata ad esercitare nell’ambito dell’area metropolitana alla quale partecipa e nell’ambito della regione.

Renderci conto del nostro ruolo significa comprendere quali dimensioni hanno i problemi da affrontare, su che scala li possiamo affrontare e con che metodo di collaborazione dobbiamo saper trovare strumenti operativi che rispettino l’autonomia nostra e delle comunità che condividono con noi la stessa sorte, in modo da consentirci un lavoro comune.

I milanesi oggi sono in realtà quasi tre milioni, distribuiti in un centinaio di comuni.

Questa, infatti, è una più reale, vera dimensione della città che si potrebbe far coincidere, grosso modo, con l’area metropolitana del P.I.M., il quale rappresenta il simbolo di un possibile governo metropolitano.

Se noi non affrontiamo i problemi su questa scala comprensoriale, rischiamo di non cogliere la realtà che ci circonda e di dibatterci inutilmente nel tentativo di soluzioni condannate in partenza all’insucesso.

Milano non è più un unico centro dotato di un’area suburbana con caratteristiche di serbatoio umano e di dormitorio e si avvertono sempre più chiari i segni di un decentramento di funzioni all’interno di tutta l’area comprensoriale nella quale si intrecciano vaste correnti di pendolari dalla città e per la città.

A questa considerazione, alle decisioni e agli standard adottati dal P.I.M. deve dunque ispirarsi la politica urbanistica del Comune che, per quanto riguarda il territorio urbano, verrà espressa con la revisione del Piano Regolatore Generale, fondata sul contenimento dell’espansione degli insediamenti, sul decentramento in aree extra cittadine di molte delle nuove funzioni e di quelle attualmente localizzate a Milano che risultano particolarmente congestionanti e sulla ristrutturazione delle aree degradate.

Con la revisione da affidarsi al più presto all’esame della Commissione Consiliare per l’Urbanistica, che non dovrà intervenire solo nella fase finale, ma affiancare gli uffici di studio ed operativi, prendendo cognizione innanzitutto della situazione esistente, formuleremo uno degli obiettivi fondamentali per la programmazione comunale e comprensoriale.

E poiché viene richiesto con insistenza di conoscere lo stato di compromissione del Piano Regolatore, riteniamo così di poter documentare il Consiglio che, mediante questa Commissione Consiliare, avrà a disposizione tutti gli elementi di fatto che riterrà opportuni per una valutazione serena ed un giudizio meditato.

In questo modo intendiamo precisare la nostra scelta urbanistica di un preciso limite alle capacità insediatine della città, di un decongestionamento della nostra area mediante un processo di terziarizzazione equilibrato nei confronti dell’area metropolitana e di un più elevato standard di servizi e di attrezzature civili da perseguire con ogni mezzo e con obiettivi anche a lungo termine.

Strumento naturale per la attuazione del Piano Regolatore deve essere il nuovo Regolamento Edilizio.

Il testo a suo tempo predisposto e distribuito ha dovuto essere rielaborato completamente tenendo conto anche delle osservazioni pervenute secondo la richiesta dei gruppi consiliari e degli ordini professionali.

In questi ultimi due mesi, un gruppo di lavoro della Commissione Edilizia e le Ripartizioni Edilizia e Urbanistica hanno lavorato con intensità e sono pervenute alle definitive stesure dei libri l° e 2°.

Per il terzo ed ultimo libro è stata predisposta una bozza che si uniforma alle disposizioni della legge ponte 765, con le varianti suggerite da una circolare del Consiglio Superiore dei LL. PP.

Tale bozza dovrà essere ulteriormente modificata in parte, per introdurre le norme relative agli standards, fissate con un decreto che dovrà essere quanto prima emanato dal Ministero dei LL. PP.

Già fin da ora può tuttavia iniziare l’esame da parte della Commissione Consiliare, ultimato il quale, dovrà essere investito il Consiglio Comunale.

In buona sostanza è ragionevole prevedere che il Consiglio possa essere chiamato ad esaminare e discutere l’intero Regolamento nel prossimo mese di aprile.

Coronamento di questa politica sarà la battaglia sempre più decisa e sempre più necessaria, come ha dimostrato anche il recente Convegno sugli Sviluppi di Milano, contro l’inquinamento dell’acqua e dell’aria che oggi costituisce uno dei pericoli più gravi per la nostra salute.

A questo fine, se sarà necessario, ricorreremo anche a «Campagne popolari» e a richieste e contestazioni nei confronti delle autorità governative per l’adozione dei provvedimenti legislativi e regolamentari che consentano l’eliminazione degli attuali inconvenienti.

Le norme contro l’inquinamento atmosferico fino ad oggi adottate non hanno trovare applicazione in attesa del Regolamento di esecuzione del quale esiste solo un primo stralcio concernente la disciplina degli impianti termici, mentre mancano le altre due parti assai importanti riguardanti i veicoli a motore e le industrie.

La lotta per un’aria pulita che ha avuto successo in altri Paesi, dove, per esempio, lo smog è assai diminuito da qualche anno, deve essere al più presto ingaggiata anche da noi e condotta con decisione nei confronti di tutte e tre le componenti dell’inquinamento atmosferico.

Agiremo nel più stretto collegamento con la Provincia, nell’ambito oggi consentito, ma richiederemo con insistenza ed energia quei
poteri di controllo e di intervento che agli Enti locali oggi sono
negati e che sono indispensabili per ottenere dei risultati soddisfacenti.

Lo stesso vale per l’inquinamento delle acque, ove la situazione presenta un progressivo peggioramento, tanto che dopo la contaminazione delle acque superficiali, si è venuta a creare, e la si riscontra in più parti, l’alterazione di natura chimica delle falde sotterranee alle quali attinge lo stesso acquedotto.

La compromissione del prezioso patrimonio idrico impone l’adozione di tempestivi, efficaci provvedimenti.

Il Comune, nel proprio ambito territoriale, avvierà misure intese a salvaguardare e potenziare la disponibilità di acqua per le accresciute esigenze e per quelle già prevedibili anche nell’immediato avvenire. Sono in corso, da una parte, opere per assicurare una maggiore riserva idrica, per trarre acqua da grandi profondità o da acque superficiali; dall’altra è stato impostato ed è parzialmente in corso di attuazione un rilevante ed oneroso programma di depurazione delle acque usate urbane.

Ma l’inquinamento delle acque ha origine prevalentemente al di fuori del territorio comunale. Per un intervento a largo raggio si rende quindi indispensabile il superamento delle disposizioni normative vigenti, insufficienti, settoriali e mancanti di coordinamento, con un nuovo apposito strumento legislativo che risulta anch’esso già approntato e del quale deve richiedersi una altrettanto sollecita approvazione e promulgazione.

Per vivere meglio, per una città più umana, oltre a difenderci dall’inquinamento dell’aria e dell’acqua, dobbiamo anche disporre di maggiori spazi liberi, di più verde e di attrezzature per il tempo libero.

In questo modo si toglie alla città quell’assetto di costrizione e di febbre speculativa che contraddice ad ogni scelta civile.

Per questo l’impegno, già formulato con il Piano Quadriennale per il verde pubblico, deve essere rinnovato ed ampliato e deve trovare la sua completa previsione in sede di politica urbanistica comunale e comprensoriale.

Il Piano del Verde, approvato dalla Giunta nel dicembre 1967, era basato sul principio di sistemare, nel tempo ragionevolmente breve di un quadriennio, una vasta parte di aree di proprietà comunale o di prevista prossima acquisizione.

Questo Piano, aggiornato e inquadrato in un programma urbanistico di più vasto respiro, costituirà oggetto di discussione e decisioni del Consiglio Comunale, che potrà così esprimere il suo orientamento in forma globale e preventiva in un settore fondamentale per l’intervento comunale.

Il nuovo impegno dovrà sommare l’arredo delle aree urbane già destinate al verde, alla previsione di trasformazione in verde
attrezzato e di uso pubblico delle aree libere alla periferia dell’area urbanizzata.

L’utilizzazione di queste aree per le quali è prevedibile, anche in parte, un intervento dell’iniziativa privata e di altri Enti diversi dal Comune, almeno per la realizzazione delle attrezzature destinate allo Sport e al tempo libero, comporta provvedimenti in sede di revisione del Piano Regolatore Generale.

Ci si indirizzerà a trasformare la destinazione a verde agricolo in verde pubblico e si chiederà la collaborazione dei comuni limitrofi perché riservino alla stessa destinazione le aree libere di loro competenza.

E’ ancora possibile, così, sia pure con uno sforzo notevole, dotare Milano di una cintura verde in direzione Est – Ovest e Sud, mentre dobbiamo impegnarci per salvare a Nord la vasta area dell’ex aeroporto di Bresso.

In questo contesto può dunque avere un senso il massimo recupero per il verde dell’area interna al tessuto urbano, come può acquistare una diversa prospettiva lo studio di una formulazione del Piano della Legge 167 per l’Edilizia Popolare che deve trovare un coordinamento al livello comprensoriale ed una esecuzione tramite il Consorzio Intercomunale Milanese per l’Edilizia Popolare (CIMEP).

Con lo studio per la revisione del Piano della legge 167, si dovrà tenere anche conto della funzione primaria delle cooperative edilizie che all’interno della città potrebbero costituire lo strumento più idoneo a migliorare gli standards urbanistici dei quartieri periferici e a colmare i fabbisogni di edilizia economica e popolare di Milano.

La scelta urbanistica per la ristrutturazione delle aree degradate all’interno della città e per il loro risanamento ricorrendo, ove possibile, anche alla legge 167 per l’Edilizia Popolare, o con l’ausilio di altro strumento giuridico, vuole rappresentare un modo di intervenire per la riqualificazione di alcune aree periferiche e la loro integrazione nella città, ma non può, da sola, costituire una soluzione dei problemi di fondo della periferia, per i quali è indilazionabile un massiccio programma di opere pubbliche.

I nidi d’infanzia, le scuole materne, elementari e medie, gli impianti di acqua potabile, la sistemazione di corsi d’acqua, gli impianti sportivi, la sistemazione dei marciapiedi, gli impianti di illuminazione, i giardini da attuare in periferia, costituiscono il soddisfacimento dei bisogni arretrati e l’unica possibilità di alleviare i disagi quotidiani di gran parte della nostra cittadinanza.

L’importo di queste opere progettate per la periferia, che rappresenta circa i due terzi del totale delle opere progettate dal Comune e non ancora eseguite, ci consente di affrontare una prima tranche di lavori lungamente attesi che rappresentano un dovere per la Amministrazione.

Per queste opere si possono trovare finanziamenti ed, anzi. esiste già un affidamento da parte degli istituti di credito.

Riteniamo che entro la primavera sarà possibile iniziare nuovi lavori pubblici per almeno venti miliardi, mentre entro un anno potranno essere appaltati ed avviati lavori per circa altri 35 miliardi: ciò significa il più rapido avvio a tutte le opere già progettate.

Ci rendiamo conto che forse sarebbe necessario fare di più, ma l’impegno a dar corso subito a quanto è già approvato dal Consiglio Comunale e ad ottenere nel giro di un anno l’approvazione e l’inizio dei lavori per tutte le altre opere progettate, ci sembra un impegno notevole e tale da assicurare una precisa inversione di tendenza rispetto a quel contenimento degli investimenti che si è verificato fino dal tempo della sfavorevole congiuntura economica del 1964 e dei provvedimenti finanziari ed amministrativi che ne seguirono.

D’altra parte, la ripresa dei lavori di edilizia pubblica, corrisponde a quanto è richiesto da tempo dai Sindacati, dagli operatori del settore e da quanti altri traggono lavoro dalle numerose attività complementari ed è richiesta a maggior voce, in conseguenza del ristagno dell’edilizia privata.

Certo l’intervento per la periferia non può esaurirsi in provvedimenti urbanistici ed in programmi di lavori pubblici, perchè bisogna anche assicurare in ogni quartiere la presenza dei servizi comunali che caratterizzano la nostra città.

Anzi vi sono servizi che proprio in periferia trovano la loro ragione e devono esplicare la loro attività, senza che atteggiamenti tradizionali, visioni particolaristiche o assurde pratiche della lesina costituiscano una remora.

Si è detto e ripetuto che il Comune deve essere capace di attuare  tutte le possibili economie per raggiungere la più alta produttività.

Si è detto e si è ripetuto che bisogna ricercare costantemente miglioramenti organizzativi e che bisogna rivedere con atteggiamento rigoroso ogni spesa che possa essere eliminata o diminuita, ma non si può certo ammettere che questo atteggiamento colpisca servizi sociali per i quali è certo più corretto parlare di investimenti della collettività piuttosto che di spese.

Non possiamo dimenticare che proprio in questi giorni il Medico Provinciale sottolinea il pericolo di un degradamento dei servizi igienico-sanitari del Comune che un tempo erano all’avanguardia della Nazione.

Così non crediamo ci si possa dimenticare delle condizioni del sistema di distribuzione dei prodotti alimentari in periferia, sistema che presenta in più casi insufficienze e posizioni di privilegio. Né può essere strumento risolutivo l’attuale organizzazione delle vendite controllate che presenta a sua volta inconvenienti notevoli.

D’altra parte il progetto studiato dall’Amministrazione non ha approfondito, in tutte le sue complessità, il problema e ha sollevato dubbi e perplessità che potranno essere superati da ulteriori discussioni in sede di Commissione Consiliare.

A questo fine l’Amministrazione intende ritirare il progetto a suo tempo presentato, per rendere più agevole l’esame di tutta la materia.

L’eventuale costituzione di una società con la partecipazione del Comune e delle organizzazioni cooperative, non potrà prescindere dall’approntamento di un sistema di controlli efficaci, organizzati dall’Amministrazione e in grado di garantire l’effettiva corrispondenza delle iniziative agli interessi dei consumatori.

La definitiva sistemazione del servizio dovrà tener conto anche dell’effettiva partecipazione degli operatori commerciali interessati al problema.

Onde consentire al commercio tradizionale di corrispondere alle esigenze del consumo e di competere con la grande distribuzione, è stato predisposto e distribuito ai membri della Commissione Consiliare Annona un progetto di riforma delle tabelle merceologiche.

Notevoli altri problemi sono aperti nel settore annonario.

Io penso che avremo modo, nel corso dei nostri lavori, e particolarmente nella discussione del Bilancio, di esprimere su questi ed altri argomenti i nostri indirizzi e indicare le linee operative, sulle quali intendiamo muoverci.

D’altra parte non solo le vendile controllate, ma molti degli strumenti con i quali il Comune interviene in vari settori, richiedono un attento esame ed una revisione che deve occuparci in misura notevole e consentirci di raffrontare opinioni, orientamenti e decisioni.

Spesso modificare la configurazione giuridica di un organismo, può significare migliorare le capacità di intervento, assicurare una maggiore rispondenza dei mezzi agli obiettivi e dissipare prevenzioni.

Sia per il Centro Milanese per lo Sport e la Ricreazione, sia per l’Abetina, sia per l’Ente Manifestazioni Milanesi che per altri Enti che costituiscono, in sostanza, strumenti di intervento comunale, bisognerà adottare la struttura giuridica più idonea, ma soprattutto, assicurare una effettiva pubblicità di bilanci e una possibilità di efficace controllo da parte del Consiglio Comunale.

Anche nel settore del tempo libero e della pratica ricreativa e sportiva molto deve essere fatto in tutta la città, ma soprattutto nella periferia dove l’intervento del Comune è indispensabile. Mancano, per esempio, campi gioco per i bambini e lo spazio libero per i ragazzi.

Bisognerà assicurare al Centro Milanese per lo Sport e la Ricreazione la possibilità del pieno raggiungimento degli obiettivi che ne hanno determinato il sorgere.

Da un lato la promozione di iniziative divulgative di educazione per la attività dello sport e della ricreazione, dall’altro l’attività gestionale sostitutiva di quella comunale, per gli impianti più specializzati, destinati alla pratica dello sport e della ricreazione.

Per l’immediato, intanto, procederemo alla nomina degli amministratori ai posti vacanti, con la partecipazione a questo Ente delle minoranze consiliari.

Abbiamo detto che la nostra politica urbanistica deve essere quella dell’area comprensoriale, ma ancora di più lo deve essere il sistema viabilistico e dei trasporti che bisogna impostare onde assicurare, all’interno dell’area che ci comprende, la mobilità necessaria allo sviluppo economico e sociale.

L’annoso problema del deficit dell’A.T.M., la carenza di investimenti e di piani giustamente dimensionati per trasporti pubblici, sono caratteristiche di Milano, ma anche fenomeni che con maggiore o minore intensità si ripetono in tutte le aree urbane.

A Parigi, l’Azienda Trasporti ha ricevuto contributi dallo Stato per 325 miliardi in 5 anni; a Londra si è abbandonato il principio di addossare ai soli utenti il costo dei mezzi di pubblico trasporto e lo Stato è intervenuto con 27 miliardi; negli Stati Uniti le aziende trasporti delle maggiori aree metropolitane presentano deficit sempre più gravosi.

Il fatto che il deficit sia un fenomeno inevitabile per i trasporti di un’area metropolitana, date certe condizioni di sviluppo economico-sociale e di presenza della motorizzazione privata, non ci esime, tuttavia, da un impegno e da una vigilanza per il contenimento delle spese, la riorganizzazione aziendale, l’eliminazione di quei costi che non siano giustificati.

Ridurre gradualmente il deficit dell’Azienda Trasporti Municipali, eliminando diseconomie interne ed esterne, migliorando l’organizzazione, eliminando le spese superflue, adottando provvedimenti talvolta anche apparentemente impopolari, significa poter disporre di mezzi più larghi per gli investimenti, sia nel settore dei trasporti in superficie, sia nel settore dei trasporti metropolitani.

A questi provvedimenti che devono portare ad un servizio più comodo per gli utenti così da realizzare un effettivo incoraggiamento all’uso del trasporto pubblico collettivo, si deve accomunare l’obiettivo di rendere uguali i costi di trasporto per tutta la città e di attenuare il maggior onere che finora ha gravato sugli abitanti dei quartieri periferici, costretti spesso a pagare il prezzo di due o tre corse.

La ristrutturazione delle linee, proposta in questi giorni dalla Commissione Amministratrice dell’A.T.M., sarà oggetto di discussione e di esame dettagliato.

Bisognerà anche valutare i tempi di attuazione. La ristrutturazione comporterà l’adozione di misure viabilistiche tese a favorire il mezzo pubblico lungo le principali linee di traffico.

Il suo esito positivo dipenderà essenzialmente dagli investimenti necessari ad assicurare la frequenza prevista dei mezzi e dagli investimenti per le nuove linee, prima fra tutte la circolare esterna.

Già sin d’ora, però, si può rilevare che tale impostazione consente ad ognuno di utilizzare nel giro di un’ora tutti i mezzi necessari per raggiungere il posto desiderato, tende a ridurre molti costi dell’azienda, ma, soprattutto, pur imponendo qualche maggior cambio di mezzi a tutti, rappresenta, con la parità di costi tra gli menti del trasporto pubblico urbano, un primo concreto passo verso gli obiettivi indicati.

Alla Commissione Amministratrice deve, quindi, essere diretto il nostro incoraggiamento ed il nostro appoggio per gli altri provvedimenti che dovranno essere adottati per rendere l’Azienda più moderna e più efficiente.

In questo modo porremo le premesse di una politica rivolta ad incoraggiare l’uso del trasporto pubblico, il quale può divenire più comodo quando si avvale di un rete unitaria, integrata e passante per tutta l’area metropolitana, rinunciando ad attestarsi nell’unico supposto centro della città.

In realtà bisogna riconoscere che in questo settore vi è sì il problema degli investimenti e delle realizzazioni, ma vi è soprattutto la necessità di formulare decisioni secondo la logica urbanistica voluta per lo sviluppo dell’area e dei suoi insediamenti.

Occorre, quindi, individuare prima di tutto il centro decisionale ed il centro operativo in grado di formulare dei programmi validi e di determinare i tracciati della rete.

Questo non significa che non si debba operare subito e più celermente, che non si debbano ridurre i tempi di esecuzione, che non si debba proseguire nella costruzione della seconda linea metropolitana, né che non si debba por mano al più presto ai tratti che, come il prolungamento da Sesto fino alle Autostrade o come l’asta del Bettolino, possono oggi già essere considerati come progetti attuali.

Significa, piuttosto, riconoscere che le decisioni in materia di rete di trasporto urbano sono decisioni che non riguardano solo il Comune di Milano e alle quali è dunque giusto e necessario chiamare a concorrere, in forma consortile, o comunque in forma associata, anche enti, quali la Provincia, il P.I.M., i Comuni del comprensorio e la Regione, ugualmente interessati al problema.

In questo modo, seguendo un corretto procedimento di formazione decisionale, l’attuale M.M. potrà trasformarsi in uno strumento di studio e operativo per la politica dei trasporti e per la attuazione delle decisioni comunali e comprensoriali rivolte alla creazione di una rete destinata a servire, in forma integrata con il sistema di trasporto regionale e nazionale, l’intera area metropolitana. In questo modo, certamente, diverranno evanescenti, fino a scomparire, timori, sospetti o diffidenze o, peggio ancora, preoccupazioni che l’interesse di pochi possa prevalere sull’interesse generale.

Questo tipo di rete dovrà costituire un salto di qualità nelle comunicazioni dell’area metropolitana che ci comprende, come lo costituì a suo tempo, per la città, l’abolizione avvenuta nel 1928 del carosello dei tram in piazza del Duomo, dove si attestavano le linee per la periferia.

Con questa abolizione i tram, infatti, divennero passanti per il centro e fu possibile una comunicazione diretta fra punti opposti della città.

La logica della nostra rete, oggi, non può essere che l’utilizzo delle FF. SS. mediante la penetrazione e l’attraversamento della città.

A questo proposito è questione tecnica lo stabilire se il sistema dovrà fondarsi sulla penetrazione in città delle linee ferroviarie o, piuttosto, su una doppia rete di ferrovie urbane e extra-urbane collegate fra loro da interscambi, trasbordi e corrispondenze.

Bisognerà tener conto, anzi, che queste due soluzioni potranno parzialmente coesistere.

Quello che conta, è avviarci gradualmente a queste soluzioni secondo le possibilità concrete di accordo con le Ferrovie e di attuazione delle opere fondamentali per questo sistema di trasporto integrato, nel quale deve essere considerato il recupero funzionale delle Ferrovie Nord che rappresentano già da ora un’asta di trasporto metropolitano.

Pare che lo Stato, oltre che la concessione del contributo per il ripianamento del deficit, stia per concedere un notevole finanziamento per l’ammodernamento degli impianti delle Nord.

E’ dunque questo il momento giusto per intervenire.

Certamente, questa logica per una rete unica di trasporto metropolitano integrato è la linea di indirizzo che dovrà essere assunta da una programmazione dei trasporti a lungo termine e che deve costituire la cornice per le scelte operative, anche attuali, e per la verifica dei tracciati urbani delle linee metropolitane da realizzare nei prossimi anni.

Per attuare questo indirizzo vi sono anche dei nodi politici e tecnici da sciogliere, a cominciare dai rapporti con le Nord e con le FF. SS., per le quali ultime si pongono così problemi di rinnovamento di metodi e di funzioni.

D’altro canto l’aspetto positivo è che su queste posizioni il Comune non è solo; è evidente come il Comitato Regionale per la Programmazione, oltre al P.I.M., sia portato ad individuare come esigenza fondamentale la creazione di un sistema ferroviario efficiente al servizio insieme del comprensorio e della Regione.

Se è vero, come certamente è vero e come tutti ormai sembrano accettare, che un sistema di trasporti efficiente per l’area urbana e metropolitana non avrebbe ragione di essere se realizzato in tempi superiori al decennio, è però altrettanto vero che allo stato attuale delle finanze comunali e delle prospettive di queste per i prossimi anni (anche assunte le previsioni più ottimistiche), il costo di tale rete non è sopportabile dal solo bilancio comunale.

Vi sarebbe, in caso contrario, la certezza di vedere annullata la possibilità di destinare alle opere ed ai servizi pubblici della città le risorse necessarie a questi bisogni fondamentali.

E’ chiaro, dunque, che il problema non va posto nei termini di finanziamenti comunali possibili, di ricerca degli istituti di credito, di formazione di consorzi di banche o di altre diverse forme di finanziamento perchè il Comune, da solo, sarebbe, comunque, impossibilitato ad accettare il denaro che gli viene o che gli potrebbe venire offerto.

Vi sono infatti i limiti imposti dalla legge agli investimenti oltre a quelli connaturati alle possibilità del bilancio.

Ecco allora la già accennata proposta della trasformazione della M.M. in una organizzazione di tipo consortile o di altra forma associata o societaria con la partecipazione della Provincia, dei Comuni, delle FF. SS..

Questa soluzione consentirebbe di affrontare il problema con più ampio respiro trasferendo dal Comune ad un Ente cui il Comune partecipa e concorre, l’assunzione di investimenti di entità tale da assicurare il raggiungimento degli obiettivi in limiti di tempo convenienti.

E’ per questo che, d’intesa con il presidente del C.R.P.E. e con il Presidente della Provincia, ci si riunirà per affrontare il problema non solo a livello di studio, ma di interventi a livello governativo, con il proposito di passare nel più breve tempo consentito alla fase operativa.

Occorre studiare la questione del finanziamento senza pregiudiziali che non siano quelle della difesa dell’interesse pubblico.

Si dovrà esaminare anche la possibilità dell’intervento di Aziende Pubbliche, Banche, Istituti di Credito, non escludendo a priori anche la possibilità di ricorso al mercato obbligazionario.

Il sistema dei trasporti pubblici collettivi, d’altra parte, dovrà essere complementare al sistema dei trasporti privati individuali che va considerato come un elemento ormai insopprimibile della nostra condizione urbana.

La disincentivazione e lo scoraggiamento diretto del trasporto privato sono destinati a presentarsi come una misura odiosa e spesso inutile, perchè il bisogno di trasporto e di mobilità è essenziale e solo il favorire, il rendere più comodo e più rapido il trasporto pubblico può costituire un limite naturale, giustificato e logico alla circolazione dei veicoli privati.

Per questo i parcheggi in corrispondenza delle stazioni metropolitane esterne debbono costituire un elemento fondamentale del nostro sistema viabilistico, anche senza escludere con ciò parcheggi sotterranei e sopraelevati più interni quando non siano congestionanti e consentano di recuperare suolo in superficie.

Per queste ultime attrezzature non vi è, tuttavia, lo stesso interesse pubblico e quindi per esse potrà soltanto essere incoraggiato l’investimento da parte dei privati.

Onde consentire condizioni di trasporto globali in tutto il sistema, più agevoli e più economiche, la rete viabilistica deve essere potenziata con la formazione di una rete viaria esterna di tipo ortogonale, formata dal completamento del sistema tangenziale e dall’utilizzazione per il traffico cittadino dei tratti autostradali in esso compresi.

A questo proposito possiamo anche considerare con favore il fatto che il progetto della tangenziale Est sia stato ultimato in accordo con l’Amministrazione Provinciale e che la realizzazione di questa opera avverrà a cura e con i mezzi finanziari della Società Serravalle, la quale ha richiesto il contributo statale in base alla legge che prevede il concorso dello Stato per la costruzione delle autostrade.

Siamo convinti che l’elemento motivazionale che porta a scegliere l’uno o l’altro mezzo di trasporto, è il bisogno di raggiungere con celerità, con comodità e con minor spesa il luogo di lavoro o di svago o la propria abitazione.

E’ questa la valutazione che porta a concludere per la coesistenza complementare dei sistemi di trasporto e per la possibilità di incidere nei loro rapporti con l’incentivazione rivolta al trasporto collettivo.

Uno dei dati che l’esperienza ci ha portato ad acquisire è che non ha senso impostare un sistema di trasporto isolato in termini troppo angusti, come non ha senso una grande mobilità all’interno di un’area se poi non si realizzano le comunicazioni con il suo esterno.

L’area metropolitana milanese rappresenta un elemento cardine per la Regione, ma deve proiettarsi anche verso l’esterno con una articolazione di comunicazioni terrestri, aeree e idroviarie nei confronti dell’Europa e del mare.

L’asta del Canale Milano – Cremona – Po, al Consorzio per la realizzazione del quale il Comune partecipa insieme alla Provincia di Milano ed agli Enti locali di Cremona, costituisce un elemento di grande rilievo per i trasporti di tutta la nostra area.

Il sistema aeroportuale, a sua volta, deve essere potenziato fino a raggiungere il livello e le dimensioni necessarie per il centro di scambi che siamo destinati a divenire.

I trafori hanno il significato di soluzioni coraggiose per eliminare le difficoltà naturali di comunicazione con i paesi della Europa centrale.

Ognuna di queste opere richiede l’impiego di grandi mezzi e la realizzazione di ciascuna va, quindi, inquadrata nell’intero sistema dei trasporti e vista nella logica della priorità, che deriva dallo schema di programmazione economica regionale e nazionale.

Abbiamo cercato di individuare una prospettiva di politica comunale che affronti i problemi nodali della nostra comunità.

Non abbiamo voluto presentare soluzioni taumaturgiche, né abbiamo preteso di risolvere o anche solo di affrontare tutti i problemi.

Ci è sembrato solo doveroso formulare le scelte politiche di fondo che investono sia le funzioni stesse del nostro Consiglio, sia le strutture burocratiche comunali, sia quei problemi di assetto del territorio che sono pregiudiziali perchè l’amministrazione possa avviarsi a riprendere il metodo della programmazione della propria attività.

A nostro parere, infatti, non è troppo utile presentare un bilancio poliennale, anziché annuale, se questo documento non costituisce uno strumento di razionalizzazione delle risorse disponibili e di sforzo nel ricercarne altre, così da consentire il massimo impegno per il raggiungimento delle scelte politiche fondamentali formulate dalla Amministrazione.

A nostro parere, non è programmazione quella che si limita ad accettare le risorse prevedibili in una determinata situazione di fatto e a distribuirle, per il soddisfacimento dei vari bisogni, senza tenere conto sia che le entrate sono variabili, sia che è opportuno variarle a seconda degli investimenti che si vogliono o che si devono fare, sia che la quantità di risorse disponibili si modifica in relazione al programma che si vuole attuare.

Una volta manifestatasi una chiara volontà politica, sarà possibile iniziare quel procedimento costituito da ricerche, verifiche, confronti, che porta alla formulazione corretta di un Piano.

E sono proprio le scelte politiche fondamentali che noi ci stiamo sforzando di proporre al Consiglio.

Ma proprio per fissare con maggiore esattezza il quadro entro il quale dovrà attuarsi la nostra politica programmata, è bene affrontare ancora altri argomenti, occorrono scelte politiche fondamentali anche per gli aspetti delle entrate.

Non abbiamo certo intenzione di spendere in maniera sconsiderata senza preoccuparci delle entrate, tuttavia vogliamo esperire ogni tentativo serio di scaricare una parte delle spese verso altre strutture non comunali che queste spese possano od abbiano interesse a sopportare, operando in modo da accertare con serietà quali sono le risorse attuali e future disponibili in una visione dinamica e noli statica della situazione finanziaria ed economica della città.

Molto si è detto circa le possibili alienazioni di patrimonio comunale.

A questo proposito vogliamo precisare che nessuno vuole, e tanto meno noi intendiamo, impoverire il Comune di un patrimonio che nel suo complesso costituisce una forte garanzia di autonomia politica, che è uno strumento di grande importanza per il rinnovamento civile della città.

Altro discorso merita il problema della cessione del patrimonio di edilizia popolare all’I.A.C.P..

Si tratta di verificare, in contraddittorio con l’Istituto, i termini economici e finanziari dell’operazione, della convenienza per i due enti, ciascuno dei quali è portatore di interessi pubblici.

Una gestione unica potrebbe rappresentare una migliore scena organizzativa e una migliore ripartizione di competenza funzionale: verificheremo quindi in concreto l’operazione sulla quale sarà chiamata a pronunciarsi, ancora in fase preliminare, la competente Commissione Consiliare.

Sappiamo bene quanto sia necessario possedere un vasto patrimonio comunale per realizzare i provvedimenti di Piano Regolatore, non di meno ci sembra legittimo verificare se un patrimonio così ingente non possa essere amministrato con criteri più agili e più rispondenti all’interesse generale e non possa consentire, in molti casi, maggiori redditi o reali garanzie, e non possa essere trasformato o modificato secondo criteri di convenienza, utilità od opportunità.

Sono certamente problemi complessi, non di rapida soluzione, ma ci sembra che le domande che ci poniamo siano doverose e meritino delle risposte più attente e meditate, che non siano l’accusa, senza senso, di volere impoverire la città.

Crediamo, anzi, che in questo settore il Consiglio stesso, attraverso la Commissione Consiliare per il Demanio, possa dare un contributo di studio e di proposte particolarmente valido per la formulazione, in termini concreti, di una politica demaniale e patrimoniale del Comune nei prossimi anni.

Bisogna dire parole chiare anche per le entrate tributarie, così da tranquillizzare quanti, pur pagando il giusto, temono un inasprimento fiscale non motivato; e di fare avvertito l’evasore totale o parziale che l’Amministrazione intende compiere ogni sforzo per richiamarlo al suo dovere di contribuente.

Una migliore organizzazione dei servizi della Ripartizione Tributi, il potenziamento della stessa con l’assegnazione di personale particolarmente qualificato e con l’adozione di criteri diversi e diretti in modo specifico alla ricerca degli evasori parziali e totali consentirà con gradualità, una volta messa a punto la macchina, di ottenere apprezzabili aumenti del gettito nell’imposta di famiglia senza per altro disturbare i contribuenti con continui e pressoché inutili accertamenti.

Si ritiene, infatti, che si possa, di norma, salvo variazioni segnalate o nuove informazioni che evidenzino errori o insufficienti valutazioni, stabilire che gli accertamenti vengano effettuati ogni triennio.

Avveniva infatti che decine di migliaia di piccoli contribuenti, lavoratori a reddito fisso, modesti professionisti, artigiani, piccoli commercianti, ambulanti e via di seguito, fossero chiamati anche a distanza di brevi intervalli per discutere, controllare, rettificare o modificare un reddito che quasi mai si era modificato e che, anche se ciò fosse avvenuto, si era modificato in termini tanto modesti che l’aumento del reddito ottenuto, in rapporto alle spese globali della macchina tributaria, determinava un saldo negativo.

Si potranno così concentrare sforzi, energie, funzionari alla ricerca degli evasori parziali e totali che sono certamente numerosi in quel 65 % di famiglie di fatto esentate, non sempre perchè hanno un reddito inferiore al minimo tassabile, ma a volte solo perchè non raggiunte dalla macchina tributaria.

Ci si propone di ottenere così una perequazione tributaria derivata da una ricerca paziente e prudente, ma senza persecuzione, rivolta ai soli evasori totali e parziali.

Si tratterà certamente di trovare il modo di fare assistere l’Assessore e i funzionari preposti, da organi tecnici consultivi in modo tale da fornire loro strumenti di valutazione, oltre che di accertamento, più rispondenti ad una aderente valutazione della situazione di fatto.

Il fenomeno dell’evasione presenta, d’altra parte, elementi che ci fanno ritenere che vi siano ancora larghi margini entro i quali è non solo possibile, ma doveroso, intervenire con decisione.

Il lavoro svolto durante il 1967 dall’Ufficio anagrafe tributaria ha consentito di individuare 6.500 nuovi contribuenti per un totale di imposta superiore ai 435 milioni.

In sostanza, pur rispettando i criteri di esenzione dall’imposta, che sono considerati i più larghi fra quelli adottati dai grandi Comuni nei confronti dei redditi minori, si è potuto accertare che il 15 % dei non iscritti a ruolo presi in esame era formato da famiglie che avrebbero dovuto essere soggette all’imposta.

Poiché la differenza fra i nuclei famigliari esistenti e quelli tassati supera ancora le 370 mila unità, è evidente che, anche se, non è certo possibile stabilire un rapporto percentuale, vi sono molti ingiustamente non ancora chiamati a contribuire, che devono essere distinti da coloro ai quali, invece, i principi di perequazione Tributaria e di politica sociale perseguiti dall’Amministrazione assicurano, a giusta ragione, l’esenzione.

In questo modo non si graverà ulteriormente su chi contribuisce secondo le proprie possibilità, non si creeranno inutili noie e impressioni di vessazione nei confronti di chi, troppo spesso, viene chiamato inutilmente a rivedere la propria posizione, si potranno confermare i larghi limiti di esenzione attualmente in vigore, si creerà il convincimento che ognuno deve contribuire secondo le sue capacità a pagare i servizi collettivi dei quali tutti usufruiamo e si potrà, quindi, ottenere un notevole incremento delle entrate del Comune.

Per assicurare un’azione fiscale nello stesso tempo giusta, efficiente ed elastica, bisognerà far salvo il principio del concordato, sottraendolo però il più possibile all’area di discrezionalità che qualche volta può far sorgere ingiustamente il sospetto sui funzionari che si dedicano ad un lavoro così ingrato.

A tale scopo dovremo studiare l’istituzione di commissioni miste di funzionari e di esperti tecnici, prevedendo una regolamentazione che, senza nulla togliere alla elasticità e alla rapidità necessaria, consenta una più attenta, obiettiva e collegiale valutazione.

Noi abbiamo il dovere di salvaguardare la dignità dei nostri collaboratori, garantendo così anche numerosi cittadini che con animo fiducioso e senza l’assistenza di intermediari devono vedere premiato il loro atteggiamento di lealtà tributaria.

Si possono ottenere incrementi di entrate con una migliore organizzazione dell’apparato fiscale.

Si può prevedere inoltre che continui l’espansione del gettito dell’imposta di famiglia che già si è verificata nel 1967 tanto da superare di 600 milioni le stesse previsioni: questa ipotesi trova fondamento nella considerazione che in campo tributario si possano ritenere ormai scontati gli effetti della sfavorevole congiuntura economica degli anni passati.

Anche al dubbio che può sorgere circa le risorse comunali, si può quindi rispondere con un moderato ottimismo.

Abbiamo detto che per più di 50 miliardi di lavori pubblici, che contiamo di iniziare entro un anno, esiste già un pronto affidamento degli istituti di credito che così dimostrano fiducia nel Comune.

Possiamo aggiungere che siamo l’unico grande Comune italiano ad avere il bilancio in pareggio, che non abbiamo applicato le supercontribuzioni, che inoltre, di fronte a circa 7 miliardi di mutui da assumere per sostenere opere già eseguite o acquisti immobiliari portati a termine, vi sono margini delegabili su tributi che consentono di assumere 150 miliardi di mutui.

Si deve poi tener conto che 39 miliardi di investimenti della A.E.M. sono stati sostenuti dal Comune, per il passato, con mezzi di bilancio, che le entrate della stessa A.E.M. consentirebbero l’assunzione di 110 miliardi di mutui e che il gettito della tassa rifiuti solidi urbani consentirebbe l’assunzione di altri 50 miliardi.

E’ vero che vi sono da coprire i deficit dell’A.T.M., perchè non è più possibile ripianare il disavanzo, come è stato fatto per gli anni 1963 e 1964, con mezzi di bilancio, ma è anche vero che la nostra situazione ci consente scelte, valutazioni e diverse possibilità di intervento, tanto che potremo presentare subito al Consiglio Comunale il bilancio preventivo per l’esercizio 1968, già formulato dalla precedente amministrazione, bilancio che, pur conservando il pareggio, prevede più di 40 miliardi di investimenti per nuove opere pubbliche.

Disporremo così di uno strumento operativo che consentirà, da un lato, una notevole attività e dall’altro il tempo necessario alla acquisizione degli elementi di conoscenza necessari a formare un programma poliennale rivolto al conseguimento degli obiettivi che abbiamo indicati.

Occorrerà anzitutto costituire alle dipendenze dell’Assessore al Bilancio un Ufficio programmazione.

Questo ufficio sarà la struttura fondamentale per coordinare, utilizzare e stimolare la necessaria attività di studio e ricerca che è la premessa per la formulazione del piano e per i successivi aggiornamenti e modificazioni.

Ad esso dovranno pure essere affidati i compiti per il controllo dell’attuazione concreta del piano.

Impegnarsi in questi progetti, in questa strategia per lo sviluppo della nostra città e del nostro comprensorio, prevedere concrete misure di soddisfacimento di bisogni e disegni di più lunga portata che possono occupare per anni energie e disponibilità, e quanto noi riteniamo di poter e di dover fare per dimostrare coi fatti la nostra volontà di agire e la capacità del Comune di essere un ente moderno a livello dei compiti che il progresso economico e sociale richiede.

A fronte di questo impegno sta il diritto di affermare e mantenere ad ogni costo l’autonomia comunale.

Per questo siamo disposti a batterci contro ogni tentativo di accentramento e di riduzione della nostra autonomia; autonomia, anzi, che deve divenire più ampia e più concreta e che è autonomia politica e amministrativa, ma anche autonomia finanziaria.

Abbiamo lasciato per ultimi i problemi relativi alla vita culturale cittadina, non perchè siano marginali, ma semmai per la ragione opposta e cioè perchè, in un certo senso, i problemi culturali di una città sommano e riflettono le condizioni che presiedono al suo sviluppo in un determinato momento storico.

Non vi è chi non veda, ad esempio, che il discorso culturale prende respiro da quanto è già stato detto relativamente ad altri problemi, perchè operare affinché si verifichi una piena integrazione fra i rioni periferici e la città, interpretare il problema dei trasporti in chiave comprensoriale, battersi per il diritto di ognuno a cieli ed acque pulite, sottrarre le aree a verde alla corsa affannosa della speculazione edilizia, vuol dire già di per sé porre le premesse affinché la cultura possa operare su basi meno fragili, in un tessuto sociale disposto a prestare orecchio anche a voci che non esprimano la affannosa rincorsa da un lato al successo conseguito ad ogni costo, dall’altro alle minime condizioni per una vita di sopravvivenza in una città ostile.

D’altra parte non è certo recente l’affermazione di identità fra cultura e comunicazione e la sprovincializzazione della nostra vita associata e della nostra partecipazione culturale è anche in funzione della capacità di proporci come area metropolitana a livello europeo, integrata nel continente con un sistema di scambi per via di terra e di aria che consenta lo sviluppo di tutti i nessi e le relazioni che questo fatto comporta.

Da più parti si lamenta un vuoto culturale a Milano o, meglio, il progressivo inaridimento di una vita culturale un tempo viva e fervida.

Non è che a questo proposito manchino argomenti di meditazione.

Fra le compagnie teatrali è ormai invalsa l’abitudine di debuttare a Roma e di includere Milano nel giro delle città di provincia, sì che uno spettacolo pure interessante e vivo ci giunge magari
con un anno di ritardo, quando esso, inevitabilmente, ha perso parte
della sua carica e del suo mordente e manca ormai di quell’interesse
mondano che pure serve a decretare il successo di una rappresentazione.

Tutti ricordiamo la dolorosa chiusura della biblioteca «Feltrinelli» per la quale non si trovarono né aiuti, né comprensione,
causando così l’inaridimento di una fonte originale di documentazione.

Da qualche anno non è stato possibile allestire una mostra a carattere culturale di ampio respiro e di sicuro richiamo.

Manca, inoltre, un ambiente artistico i cui echi si facciano udire al di fuori di una ristretta cerchia di iniziati.

Se pensiamo che a Milano vivono e lavorano gli artisti italiani sicuramente più validi e più noti nel campo delle arti figurative (non faccio nomi per non commettere errori di omissione), che Milano vi è una scuola di canto che attrae allievi da tutto il mondo, che i maggiori letterati italiani vivono a Milano, appare veramente enorme la sproporzione fra ciò che si fa e la risonanza che ne traspare all’esterno.

Non per rivendicazioni campanilistiche, ma semplicemente per fornire una pubblica occasione di meditazione, dobbiamo constatare con amarezza che oggi nel mondo Roma, Venezia e Firenze sono considerate le sole città italiane che abbiano una propria vita artistica, quando molta di questa fama si deve a ben concertate iniziative che fanno conoscere un’attività certo valida e meritoria, ma non certo superiore a quella che si svolge a Milano.

Il vuoto culturale, quindi, esiste solo in quanto manca un centro di coordinamento e di valorizzazione che conduca ad un pieno inserimento di Milano nel giro delle città che contano a livello internazionale, e solleciti una più decisa responsabilizzazione di Enti e di Autorità che, in vario modo, sovraintendono a settori specifici della cultura.

Il pubblico milanese non è né sordo, né assente e non è mai mancato agli appuntamenti che gli sono stati proposti quando essi avevano un vero, genuino valore culturale.

Il nodo del problema è che, da qualche anno, gli appuntamenti sono diventati sempre più rari e i milanesi vi mancano non per loro colpa.

Mentre a Milano non si teneva alcuna mostra, le compagnie di viaggio organizzavano carovane a prezzi popolari per visitare la Mostra di Tutankamen a Parigi o la mostra Dal futurismo ad oggi a Torino.

Da queste considerazioni emerge una necessità di coordinare pur nella massima libertà di iniziativa e di intervento per favorire, mostrare solidarietà, assicurare una maggiore attenzione da parte della pubblica opinione.

Tipici compiti questi che il Comune può assumersi unitamente all’Ente Manifestazioni Milanesi sino a costituire un elemento sicuro di comprensione e di aiuto e una cassa di risonanza capace di attirare l’attenzione della città.

L’Ente Manifestazioni Milanesi deve anzi essere potenziato e messo in grado di assolvere le funzioni originariamente attribuitegli.

D’altra parte gli interventi diretti dell’Amministrazione, gli Enti e i Teatri Comunali, i nostri Musei e i nostri servizi culturali vogliono assumere proprio il significato di una iniziativa spesso anche coraggiosa e di un elemento di orientamento per una libera politica culturale di tutta la città.

Ai nostri musei e agli istituti culturali dobbiamo ora assicurare una direzione rafforzata e più valida ricorrendo alla copertura dei posti vacanti anche mediante concorsi pubblici.

Dobbiamo infine impegnarci per evitare che la nostra capacità di proporre una vita e una partecipazione culturale si limiti a coincidere con il Centro Storico di Milano, che va difeso e tutelato, ma che non può essere considerato come l’unica componente della città.

Vi è quindi il problema di portare in periferia, nell’area milanese e in quella metropolitana, le manifestazioni che sembrano un patrimonio esclusivo di alcune sedi tradizionali.

Verrà ripresa la tradizione dell’Estate Milanese, le cui manifestazioni troveranno, com’è giusto, ospitalità anche nei parchi ed in centri periferici.

Bisogna anche creare una rete di occasioni e di strutture dei quartieri periferici così che questi possano disporre degli strumenti indispensabili ad una partecipazione culturale viva e attiva e possano proporre una propria qualificazione ed una propria funzione all’interno del tessuto urbano, la qual cosa significa anche integrazione dei lavoratori e dei cittadini della periferia nella città.

Non vi può essere diversità di livello fra centro e periferia, non si deve creare una cultura per la periferia, ma piuttosto portare la cultura in periferia.

Per questo estenderemo la rete delle biblioteche comunali periferiche che, aperte soprattutto nelle ore serali e nei giorni festivi, costituiranno una occasione d’incontro e di vita culturale e potranno ancora più diventare sede di conferenze, dibattiti e riunioni, così da rappresentare nell’ambito culturale la struttura portante del decentramento amministrativo.

Da anni, d’altro canto, cerchiamo di trasformare le scuole in un elemento vivificante e culturalmente integrato della vita dei quartieri: da anni cerchiamo di creare un colloquio fra scuola e cittadini e di ottenere che le biblioteche, le palestre, le sale di riunione e di proiezione, siano a disposizione dei quartieri come attrezzature per il tempo libero.

Lo stesso discorso deve valere per i parchi ed i giardini che possono trovare una loro qualificazione ospitando, come è già avvenuto sia pure raramente, manifestazioni teatrali e folcloristiche, concerti e così via. E qui il discorso coincide con quello dell’Estate Milanese.

Nello sforzo di assicurare le strutture materiali indispensabili ad una organizzazione più articolata e più democratica della vita della città, non possiamo permetterci di lasciare inoperoso o mal sfruttato un patrimonio così importante che deve, invece, essere valorizzato.

Il Comune moderno deve trovare così un impegno sociale e civile che gli consenta un’azione di supporto per concorrere alla formazione del cittadino e di inserirsi, come valido operatore, nella realtà culturale contemporanea.

E’ un’opera ancor più necessaria ora che scontiamo le conseguenze del fenomeno di immigrazione degli anni passati e quindi del sorgere, quasi improvviso, di enormi insediamenti edilizi: il prezzo di tutto ciò, infatti, è l’evidente mancanza di integrazione culturale e di valori comuni a tutta la città.

Il rapido mutamento demografico, la frantumazione territoriale, determinata dal relativo isolamento e dalla cattiva attrezzatura dei quartieri periferici, il sorgere di esigenze culturali maggiori e diverse a causa dell’aumento della scolarità e del sensibile distacco che i giovani provano per i modelli culturali precedenti, sono tutti elementi che dobbiamo superare con un indirizzo chiaro di politica culturale e con un impegno particolarmente intenso.

Il superamento dello stadio attuale deve avvenire anche con l’utilizzazione dei circoli culturali e associativi, siano essi quelli ormai radicati nella nostra città o siano quelli di più recente costituzione e di sede periferica.

A quest’opera dovremo chiamare anche quegli istituti che come l’Isap o l’Ilses da anni operano per aiutarci a meglio comprendere la realtà socio-economica nella quale viviamo e per suggerirci i metodi, gli strumenti più efficaci per incidere in essa.

Le comunicazioni e lo scambio di esperienze e di informazioni fra l’Amministrazione Comunale, i Circoli e le Associazioni rappresentano uno degli aspetti determinanti di una città più democratica e più integrata.

Migliorare questo sistema di comunicazioni, creare dei canali più efficaci, è un modo per avvicinare la città al Comune e il Comune alla città e per stimolare una vita civica più intensa, un associazionismo più diffuso.

Questo è il nostro proposito, convinti, come siamo, che anche così si contribuisca a ridurre una certa estraneità dei pubblici poteri dalla vita quotidiana della comunità e si concorra a formare quella educazione civica che la scuola ancora non è riuscita ad affrontare.

Si tratta, inoltre, di una azione da parte nostra del tutto necessaria, mentre intendiamo proporci come area metropolitana europea particolarmente aperta e sensibile ai problemi dei Paesi Africani e del Mediterraneo Orientale.

Abbiamo una collocazione geografica che ci porta inevitabilmente verso questi paesi e per la nostra struttura rappresentiamo una delle aree dell’Europa continentale più meridionali fra quelle capaci di un sistema di scambi su vasta scala.

Non possiamo, dunque, rinunciare ad aprire le porte di Milano a poeti, scrittori, artisti, uomini politici, urbanisti ed economisti che rappresentano l’intelligenza dei paesi in via di sviluppo.

Milano, testa di ponte per i rapporti di ogni genere con questi paesi, deve creare incontri dei loro esponenti con il pubblico europeo del teatro, con quello dell’arte, con la classe politica, con gli operatori economici, con i circoli culturali, con la stampa, con gli editori e così via.

Alle iniziative che già esistono in città, se ne potranno aggiungere delle altre da tempo in progetto o nuove, tutte di grande significato; per esempio una Galleria di Arte Contemporanea dovrà essere realizzata e potrà trovare sede degna in un parco periferico, proprio per avviare concretamente quella politica di decentramento culturale che abbiamo in programma.

L’esigenza di una Galleria d’Arte Contemporanea è stata più volte sottolineata e la sua realizzazione deve rappresentare uno dei modi di concepire la cultura in senso dinamico, una testimonianza della validità attuale degli artisti milanesi, il collegamento internazionale nel settore delle arti figurative.

Un’istituzione di questo tipo che abbia sede in un grande parco attrezzato, luogo di incontro e di vita dei cittadini, vuol essere anche un richiamo popolare al consumo della cultura e all’occupazione del tempo libero.

Dobbiamo sfuggire alla tentazione di creare un Museo, per realizzare invece un centro di dibattito e di iniziative vive nel settore delle arti figurative.

Premessa di questa iniziativa e ad essa strettamente collegata deve essere l’allestimento di una mostra delle collezioni private che a Milano sono fra le più cospicue d’Europa.

Consentiremo al grande pubblico italiano e straniero di ammirare opere sconosciute ai più e favoriremo il mecenatismo, che oggi, per mancanza di strutture milanesi, potrebbe indirizzarsi verso altre destinazioni.

Si può cominciare subito; si tratta di bandire un concorso di doppio grado; un concorso nazionale di idee con un bando ben preparato, un secondo concorso per il progetto esecutivo della galleria.

Nel frattempo si dovrà provvedere ai necessari stanziamenti di bilancio e alla predisposizione delle infrastrutture della zona, sulla quale non mi sembra sia ora il caso di fare anticipazioni.

Pensiamo che un’iniziativa di questo tipo possa svilupparsi sino ad assumere le dimensioni di un grande centro di richiamo europeo e mondiale una volta che, magari con una fondazione promossa dal Comune, le siano state assicurate le condizioni di vita e le capacità di iniziativa necessarie.

In questi giorni, sicuri di interpretare la volontà del Consiglio e della città, non abbiamo tralasciato sforzi per evitare la grave crisi degli Istituti di Ricerca Biologica che, a causa delle note vicende, rischiano di essere condannati all’inattività, costringendo così, ancora una volta, ricercatori particolarmente apprezzati ad abbandonare la nostra città e il nostro paese.

Abbiamo preso contatti con la Federazione delle Associazioni Scientifiche e Tecniche (F.A.S.T.) e con essa abbiamo avviato iniziative a livello europeo per proporre la nostra città a sede del costituendo Istituto europeo di scienza e tecnologia.

Pensiamo che, se la nostra candidatura verrà accolta, potrebbe essere questa l’occasione per costituire in città o nel comprensorio milanese un’area destinata agli Istituti di Ricerca che potrebbe rappresentare elemento di particolare attrazione, oltre che un centro nel quale ospitare anche altri istituti universitari e post-universitari.

Anche alla difesa delle università milanesi, al loro potenziamento, l’Amministrazione Comunale sarà sensibile ed aperta, così come considererà le esigenze di ospitalità agli studenti per i quali necessitano attrezzature ricettive.

Nell’occuparci di problemi culturali e nel tracciare alcune linee per favorire il maggior impegno artistico nella nostra città, ci sembra naturale riaffermare quella forma di intervento diretto da parte dell’Amministrazione che consiste nel riservare il 2% dell’importo di ogni opera di edilizia pubblica alla realizzazione di opere d’arte.

Oltre che legge dello Stato, questa ci sembra una disposizione particolarmente valida ed opportuna, da rispettare per autonomo convincimento prima ancora che per obbligo.

E’ però importante anche indicare con un esempio sufficientemente chiaro e significativo il modo ed il senso che l’impegno finanziario del Comune deve cercare di assumere in questo settore.

Perciò ci impegnano a realizzare con tali fondi un monumento dedicato alla Resistenza per il quale verrà bandito un concorso nazionale.

E’ un’opera che ancora manca alla nostra città e che vuole significare da parte nostra un doveroso riconoscimento ai motivi ideali e alle ragioni di fondo che stanno alla base della nostra vita democratica.

Ci rendiamo conto, Signori Consiglieri, di aver esposto delle linee programmatiche particolarmente impegnative, ma crediamo anche che esse siano il passaggio obbligato per un Comune consapevole della realtà che lo circonda e quindi capace di incidere in essa, orientandone le scelte e le linee evolutive.

Questo ci sembra un modo concreto e necessario per riaffermare in questo momento, nei confronti di tutti, l’insostituibile funzione dell’Ente Locale e la sua autonomia come unico modo di essere.

Per fare questo, per formulare un programma al quale potessero concorrere le forze politiche presenti in Consiglio, programma
capace di accogliere le fondamentali richieste della città, era necessario verificare, vagliare, ma soprattutto recepire le voci e le istanze di quanti hanno a cuore le sorti di Milano: questo era il significato reale delle riserve da me formulate al momento della elezione.

Il nostro convincimento è di avere proposto una piattaforma nella quale tutti i gruppi possano portare una valida collaborazione pur nel rispetto delle opinioni e delle posizioni politiche di ciascuno, perchè a tutti sta a cuore il futuro della nostra città e perchè tutti sono ugualmente preoccupati di una possibile inerzia o di una mancanza di incisività dell’Amministrazione.

Dalle posizioni di coalizione o dalle posizioni di critica a seconda che il meditato convincimento politico suggerisca, chiediamo a tutti di intervenire e di collaborare per un Comune moderno, guida al progresso della città.

Certo che in questo modo sarà necessario richiedere al Consiglio una attività forse anche eccezionale in relazione al tempo perso a causa delle ben note vicende politico-amministrative e alla crisi e tenendo conto della enorme massa di lavoro che ci attende.

Le interpellanze e le mozioni che attendono risposta, la esigenza di rispondere con sollecitudine a quelle che ci verranno presentate, l’adozione delle delibere di ordinaria amministrazione, la possibilità di affrontare nelle prossime settimane e nei prossimi mesi l’esame di proposte che impegneranno il Consiglio per lungo tempo, come lo impegneranno i provvedimenti più urgenti sui quali sarà subito chiamato a deliberare iniziando dal decentramento amministrativo, dal regolamento edilizio e dal bilancio 1968, ci costringeranno, forse, anche a considerare la possibilità di alternare sedute di ordinaria amministrazione con altre da dedicare ai problemi di cui ho detto.

Signori Consiglieri,

è una prospettiva di lavoro assorbente per tutti, alla quale noti possiamo, però, sottrarci.

Dobbiamo essere consapevoli che questo è quanto la città ci chiede.

Sappiamo che è l’unico modo di dare un senso alla nostra rappresentanza democratica di una comunità volta al progresso umano e civile.

Alle dichiarazioni programmatiche del Sindaco è seguito un ampio dibattito che ha occupato le sedute dei giorni 7-12-14 febbraio. Sono intervenuti i consiglieri Malagodi, Tarchi, Musatti, Marchese, Amendola, Tortorella, Ottolenghi, Magliocco, Greppie Granelli.

La sera del 15 Aldo Aniasi concludeva la discussione con la seguente replica.

Signori Consiglieri,

desidero innanzitutto ringraziare tutti coloro che sono intervenuti in questo dibattito, parlando a nome delle forze politiche che in questo Consiglio rappresentano, o portando un contributo personale.

Non è un ringraziamento di maniera: è piuttosto l’espressione di una particolare soddisfazione perchè ritengo che sia stato da più parti raccolto l’invito che avevo formulato al Consiglio.

Infatti che cosa avevo cercato di fare nel periodo intercorso tra la mia elezione ed il dibattito che questa sera si conclude?

Avevo cercato di cogliere, sia pure nel quadro di una visione politica, che non può certo mutarsi d’improvviso, né avrebbe ragione di farlo, i problemi fondamentali della città, di proporre una soluzione e di individuare un metodo che consentisse al Consiglio di esprimere quella funzione di guida al progresso della nostra comunità, alla quale non può rinunciare senza venir meno al suo dovere fondamentale.

Era un momento difficile perchè una lunga crisi, polemiche forse anche troppo accese, la mancanza di una maggioranza numerica precostituita, la prossimità di scadenze elettorali che molto hanno influenzato e influenzano comportamenti e giudizi, si erano rivelati come elementi tanto negativi da far temere persino la inevitabilità di un ricorso anticipato al corpo elettorale.

Per questo, oltre che per motivi che ritengo validi in ogni circostanza, ma forse maggiormente in questa, mi è sembrato doveroso cercare di individuare, anche tramite le consultazioni, i bisogni fondamentali della città, così da poter verificare la possibilità di attuare un programma di grande impegno che in nessun modo potesse apparire come una tregua ed una sopravvivenza precariamente assicurata, ma, al contrario, significasse la capacità di questo Consiglio e dell’Amministrazione di essere all’altezza del compito al quale sono chiamati.

Sono convinto che il programma proposto è in aderenza ai nostri ideali, ai motivi che ispirano le forze politiche alle quali apparteniamo e ai bisogni della città che non possono essere mortificati da una troppo prudente attività del Comune.

Ho detto – e ripeto con tutta chiarezza – che è mia profonda convinzione che l’inerzia dei pubblici poteri, la loro incapacità di assolvere i bisogni collettivi, ad indirizzare e a guidare lo sviluppo sociale ed economico della comunità amministrata secondo un orientamento democratico, costituisce il primo ed il più grave danno per le istituzioni che vogliamo difendere.

Il senso positivo del dibattito che si è svolto in queste sere in Consiglio, mi pare proprio debba essere questo: in risposta alla richiesta rivolta a tutti i gruppi ed a tutti i Consiglieri di misurare il loro programma, la loro volontà politica, il loro modo di vedere le cose, pur nella distinzione e nella diversità, sono stati formulati anche giudizi positivi, apprezzamenti interessanti ed è emersa una disponibilità ad operare, sia pure in posizioni dialettiche e critiche.

Questa è la risposta che speravo di avere dal Consiglio e che il Consiglio ha dato, cosicché oggi possiamo ritenere esistano le condizioni perchè l’Amministrazione possa operare.

Il dibattito, come è stato notato, ha avuto toni particolarmente sereni e distesi e si è avviato sui binari di una serena comparazione di scelte politiche, di metodi di lavoro, di orientamenti e di soluzioni.

Questo è un primo risultato che certamente non sottovaluto, ma che però non mi sembra debba essere considerato l’unico aspetto positivo di questo confronto.

Infatti, possiamo constatare che, oltre al tono, è mutato l’atteggiamento, si sono visti i problemi, da parte di tutti, in una visione costruttiva accompagnata allo sforzo di cogliere gli elementi che nel programma apparivano accettabili.

Del resto è importante che non siano sorte pregiudiziali e preclusioni da parte di nessuno e nei confronti di nessuno per quanto attiene alla politica amministrativa da perseguire a favore della nostra città.

Quando, all’affermazione già riecheggiata in questo Consiglio, che non esistono voti maledetti, si aggiunge quanto il Consigliere Granelli, a nome del suo gruppo, ha dichiarato e cioè: «Non escluderemo mai l’apporto di altri gruppi », mi sembra che si possa trarre la conclusione di una ampia obiettiva disponibilità verso un’azione amministrativa impegnata nell’affrontare i problemi della città.

Certo la coalizione che ha dato vita all’Amministrazione si ispira alla politica di centro-sinistra.

Non l’ho nascosto al momento delle riserve, come è stato giustamente ricordato, né ho certo inteso metterlo in ombra con il discorso programmatico il quale, invece, era rivolto a presentare non la matrice dalla quale traiamo origine, ma il modo come intendiamo tradurre nell’impegno programmatico e nell’operare concreto il nostro convincimento politico.

Dobbiamo, anzi, a questo proposito intenderci bene, perchè la traduzione in termini amministrativi di una politica deve essere giudicata secondo che si dimostri capace di interpretare l’interesse generale e di proporre ed accogliere soluzioni valide ed attuali, e non secondo che essa rispetti una formula abituale e assicuri come una ricetta la presenza di tutti gli ingredienti necessari in proporzioni predeterminate.

L’incontro dei cattolici e dei socialisti col partito Repubblicano è l’espressione più consueta del centro-sinistra ed è la formula che noi auspichiamo.

Se, tuttavia, in modo autonomo e per ragioni che non sta a me sindacare, i repubblicani si astengono dal partecipare alla coalizione che dà vita alla Giunta, questo non significa che il centrosinistra non esista.

Bisogna piuttosto verificare, a mio parere, se i programmi ed i contenuti presentano soluzioni democratiche ed avanzate, quali sono caratteristiche di un incontro di forze popolari o se per caso non si sia scelta una politica contraria.

Ed è da questa impostazione politica della ricerca del consenso del Consiglio su una piattaforma di progresso democratico, che nasce una prima risposta.

Il gruppo liberale ci ha chiesto come mai il nostro discorso ha riservato così rare occasioni all’intervento privato, pur fra tante iniziative e programmi.

E’ doveroso dire che nessuno di noi ha pregiudiziali nei confronti dell’iniziativa dei privati, al di fuori di quelle che derivano dall’assicurare in ogni modo il prevalere dell’interesse pubblico e generale che siamo chiamati ad interpretare e a realizzare rispetto all’interesse utilitaristico dei singoli.

E’ evidente, dunque, che la nostra preoccupazione deve essere rivolta ad ottenere, innanzitutto, questi obiettivi, perchè di essi ci dobbiamo preoccupare, senza che questo significhi negare collaborazioni o interventi che vanno in concreto individuati, armonizzati e coordinati con le linee di sviluppo che intendiamo dare alla nostra città.

Nessuno può pretendere di più da noi, come nessuno può chiederci atteggiamenti pregiudizialmente negativi verso apporti dei quali, pure nei limiti e nei modi indicati, la città ha bisogno.

Ho cercato di dare su questo argomento una risposta chiara, come cercherò di fare per gli altri principali quesiti che i gruppi hanno voluto porre.

L’aver invitato il Consiglio ad un dibattito il più ampio possibile sulla politica amministrativa del Comune ed esserci sforzati di formulare scelte politiche chiare e vincolanti per ogni problema di fondo, è stato stranamente scambiato, ora per un tentativo di avviarci verso non so quale forma di trasformismo; ora per voler introdurre un pizzico di qualunquismo; ora per fare un po’ di confusione cercando di sommare una politica con il suo contrario, così da creare una specie di polpettone buono per tutti i gusti.

Queste accuse, che per la verità non mi paiono affatto giustificate, sono state forse originate da una certa novità di metodo e dal fatto che il programma ha voluto caratterizzarsi più con concreti impegni per la soluzione dei problemi, che non con affermazioni di astratto ideologismo. Come d’altronde ci pareva giusto di fare in una Assemblea che di politica amministrativa si deve occupare, ma sempre con l’occhio rivolto alle soluzioni dei problemi della città.

A queste accuse però si può rispondere solo con la chiarezza e con i fatti.

Per dimostrare le nostre intenzioni, per smentire qualche accusa gratuita, per rendere evidente a tutti che non abbiamo avuto un dito, vogliamo precisare, ancora più e ancora meglio, le scelte, intenzione di sollevare cortine fumogene o di nasconderci dietro a le indicazioni, gli impegni che l’interpretazione, qualche volta forzata, ha finito con lo sfumare o travisare.

Deve essere inteso da tutti che il programma presentato non è una ricerca di alleanze sotterranee o un tentativo di costituire, apertamente o di contrabbando, nuove maggioranze: è, invece, una esposizione che cerca di rappresentare un’indicazione precisa di ciò che noi riteniamo necessario fare per assicurare alla città una Amministrazione efficiente e moderna, rivolta allo sviluppo della nostra comunità per la quale il Comune deve rappresentare un attivo elemento di guida.

Quello che è stato proposto in Consiglio è, nei nostri intendimenti, un programma organico di scelte politiche precise che trova i suoi motivi ispiratori in una visione concreta di difesa delle autonomie comunali, di prevalenza degli interessi generali sugli interessi particolari, di concezioni genuinamente democratiche della funzione del Comune.

D’altra parte il Consiglio non può attribuire ai presunti silenzi il senso di non assunzioni di responsabilità o di mancanza di intendimenti o di impegni nei diversi settori.

Un discorso programmatico non può trasformarsi in una esposizione di problemi, di provvedimenti, di soluzioni su di una materia così vasta da abbracciare tutte le esigenze della città.

Nel corso dei nostri lavori, nell’esame delle proposte che sottoporremo alle Commissioni Consiliari, delle delibere che esamineremo qui in Consiglio, durante l’esame del bilancio per il 1968, avremo modo di esporre i nostri orientamenti, di verificare consensi e dissensi.

Avremo quindi modo di esaminare una linea di interventi nel settore dell’Assistenza Sociale, di approfondire proposte intese a potenziare i servizi a favore dell’assistenza all’infanzia, le scuole per subnormali, le scuole e i servizi di assistenza sociale e per tracciare un programma a favore degli anziani secondo gli studi gerontologici più avanzati.

Che questo sia nelle nostre intenzioni lo dimostra il fatto – ed è solo un esempio – che già nel mese di gennaio si sono presi accordi con Presidente dell’I.A.C.P. per la costruzione di edifici per anziani soli e per coniugi anziani; edifici (dotali anche di servizi generali) che saranno ubicali nei diversi quartieri della città e che necessariamente saranno locati a prezzi politici per soddisfare le esigenze dei pensionati.

Così sulla politica annonaria e in quella di edilizia popolare, per gli interventi nel settore della sanità e dell’igiene, per la politica fiscale di lotta all’evasione totale e parziale, molte cose ci sono da dire, ma una dichiarazione programmatica – spero che me ne vorrete dare atto – non può e non deve essere un programma precisato sino al dettaglio.

I lavori del Consiglio ci permetteranno di discorrere attorno a questi temi, di precisare i nostri intendimenti, di dimostrare che con franchezza li affronteremo senza sottointesi o sottigliezze maliziose.

Anche a proposito della esigenza di un rilancio della politica culturale sulla quale pure si è detto che mi sono forse troppo dilungato, si ha certamente bisogno di ulteriori approfondimenti e dibattiti ai quali non ho inteso sottrarmi anche perchè, più che dilungarmi in elogi per le istituzioni esistenti, mi sembrava opportuno individuare carenze e problemi da affrontare.

Del resto con quali strumenti, se non ricorrendo soprattutto ai teatri e alle altre strutture culturali pubbliche e alle loro capacità di attrazione e di irradiazione potremo coltivare quella politica di scambi culturali a livello nazionale della quale abbiamo detto?

Certo anche qui potremo fare di più e meglio, allargando ed estendendo l’azione così da raggiungere ed interessare sempre più larghi strati popolari.

Per altri argomenti, invece, ci sembra più opportuno subito approfondire, e meglio precisare, la nostra posizione, perchè la loro importanza è tale da costituire un elemento rilevante nel quadro del nostro programma politico e amministrativo e perchè dobbiamo sempre più rendere possibile il metodo di quotidiano confronto di posizioni e di sistematica verifica che abbiamo intrapreso.

E’, quindi, necessario fornire un primo chiarimento riguardo alle questioni della municipalizzazione del Gas e degli orientamenti che intendiamo assumere riguardo all’Azienda Elettrica Municipale.

Circa il problema del Gas, dobbiamo con onestà affermare che allo stato attuale non si è in grado di formulare proposte tali da garantire la effettiva tutela degli interessi dell’Amministrazione.

Sono da evitarsi provvedimenti che la Concessionaria, apparentemente colpita, potrebbe accogliere con grande favore.

L’impegno serio può essere quello di porre subito allo studio soluzioni, anche nuove, che comunque si muovano in direzione della difesa dei prevalenti interessi pubblici.

Per l’Azienda Elettrica Municipale dobbiamo dire che non v’è dubbio che il rapido processo di sviluppo tecnologico porrà, nel prossimo decennio, il problema della convenienza di tenere vita una Azienda di produzione, vettoriamento e distribuzione energia elettrica, che, tra l’altro, non potrà, per le sue dimensioni, i seguire il ritmo di sviluppo e produrrà quindi a costi marginali sempre più alti.

Oggi, tuttavia, il problema si pone in altri termini e la propensione attuale per la conservazione dell’Azienda Elettrica Municipale trova la giustificazione nel divario tra l’indennizzo previsto (103 o 119 miliardi a seconda dei criteri interpretativi) e il valore effettivo degli impianti che sono valutati intorno ai 180 miliardi.

L’atteggiamento dell’Amministrazione potrà essere modificato quando il Parlamento provvederà ad emanare una legge che consenta una stima del valore effettivo degli impianti e l’indennizzo venga adeguato ad esso.

A questo fine il Senato aveva approvato una proposta di legge Magliano ed altri che, tuttavia, si è fermata alle Camere.

Altrettanto chiari mi sembrano, e tali da non destare equivoci, i nostri impegni in tutto il settore dei trasporti pubblici.

Dalle enunciazioni generali già contenute circa la necessità di interventi massicci ed investimenti nel settore della rete metropolitana ed in quello dei trasporti in superficie, nel favore espresso sulle linee generali del piano di ristrutturazione predisposto dalla A.T.M., discende l’esigenza di una serie di provvedimenti viabilistici che l’Amministrazione ha in animo di attuare e sul cui dettaglio mi è sembrato superfluo soffermarci.

Il che non toglie che provvedimenti concreti dovranno essere attuati proprio secondo le richieste formulate dall’A.T.M.: corsie riservate, semafori a chiamata, soste orarie, eliminazione di soste in quelle strade il cui utilizzo esige questi provvedimenti.

Insomma tutto un complesso di interventi viabilistici che ho definito  di protezione dei mezzi di trasporto pubblico.

D’altronde, per l’interesse che ha suscitato, per l’importanza e la complessità del problema, ritengo che il piano dell’A.T.M per la ristrutturazione dei trasporti debba essere subito sottoposto all’esame della Commissione Consiliare competente, affinché, dopo il necessario studio ed approfondimento, sia del piano in sé stesso, che delle misure complementari che esso comporta, sia possibile sottoporre l’intera questione alle decisioni del Consiglio.

Vi è poi il problema delle Ferrovie Nord.

Vogliamo a questo proposito chiarire ancora, se davvero ce ne fosse bisogno, che quando diciamo che è il momento di intervenire nei confronti delle Ferrovie Nord, proprio ora che lo Stato sta per assicurare oltre al contributo ordinario di ammortamento del deficit, un contributo straordinario per l’ammodernamento della rete, intendiamo dire che è giunto il momento per acquisire ai nostri trasporti metropolitani l’intera rete delle Ferrovie Nord.

Sul tema dell’urbanistica non posso che riconfermare l’intendimento già espresso di mettere in condizioni il Consiglio di accertare con precisione la situazione esistente, i provvedimenti adottati sinora in materia di piano regolatore, le convenzioni stipulate e quant’altro il Consiglio desidera conoscere.

Non posso che ripetere che modi e strumenti potranno essere proposti al fine di consentire alla Commissione Consiliare dell’Urbanistica di partecipare alla elaborazione della revisione del Piano Regolatore, affiancando gli uffici di studio ed operativi, non quindi limitandosi a prendere atto solo della fase conclusiva degli elaborati e delle proposte.

Il problema della diminuzione delle cubature certamente dovrà essere affrontato se si vorrà mantenere l’impegno che ci siamo assunti di contenere l’espansione degli insediamenti e favorire il decongestionamento.

Ma ancora mancano precisi studi e ricerche per stabilire i livelli e formulare precise indicazioni.

La prossima emanazione del decreto del Ministero dei LL. PP. sugli standards e sulle densità, ci consentirà di affrontare questo tema importante non solo per il Centro Storico, ma per l’intera città.

Comunque l’impegno di adeguarci alle decisioni assunte in sede di P.I.M. mi sembra sufficientemente tranquillizzante.

Infine, non credo che vi possano essere dubbi ragionevoli riguardo al mio orientamento personale o a quello dei gruppi che formano la coalizione su questioni che pure sono state oggetto di richieste di precisazioni che, francamente, mi erano sembrate superflue.

Non credo che un discorso o un programma possono essere considerati a sé stanti, né che sia mio compito tediare il Consiglio per rassicurarlo, ancora una volta, sull’orientamento politico che l’Amministrazione vuole assumere su temi di fondo come le Regioni o l’autonomia comunale da sostenere con fermezza nei confronti di tutti e quindi anche del Governo, sia assumendo posizione di ferma opposizione nei confronti dei progetti di riforma fiscale tributaria per le conseguenze sulla finanza locale, sia su ogni altro tema che  ponga in dubbio le libertà comunali che non da oggi la nostra amministrazione è ferma nel difendere.

Signori Consiglieri, ho cercato di rispondere ai quesiti che mi parevano più rilevanti, in modo da rassicurare il Consiglio, per questi punti programmatici della vera intenzione dell’Amministrazione, ma è evidente che il maggior numero di domande, di dubbi e di obiezioni si è appuntato, come del resto era prevedibile, su due questioni che possono apparire come il nostro tallone di Achille: l’adozione di un piano pluriennale e le forze politiche sulle quali la Giunta vuole reggersi.

Su questi due argomenti, quindi, mi si consenta di soffermarmi un poco.

Circa la ferma decisione di non abbandonare il sistema della programmazione di cui, tra l’altro, in quest’aula fui fermo sostenitore sino dai tempi in cui sedevo ai banchi dell’opposizione, ritengo che alcuni consiglieri siano stati tratti in errore dal mancato annuncio della contemporanea presentazione del bilancio 1968 e di un piano poliennale.

Abbiamo scelto consapevolmente un metodo corretto e serio per attuare una programmazione valida e dobbiamo iniziare a lavorare subito, ma non possiamo, come dimostrerò, improvvisare un piano.

Ritengo di essere stato, a questo riguardo, sufficientemente chiaro affermando il nostro impegno, del quale la ristrutturazione dell’Ufficio del piano era solo una premessa strutturale indispensabile.

Ho detto, infine, che l’approvazione del bilancio preventivo 1968 è invece uno strumento necessario ad una attività amministrativa che non può subire ritardi senza provocare gravi conseguenze, anche all’attività di ordinaria amministrazione.

Dire che il bilancio 1968 preparato dalla precedente Amministrazione abbia poi un senso, come. afferma il Consigliere Ottolenghi, solo se inquadrato nel piano poliennale, è quanto meno arbitrario e lo dimostra il fatto che questo bilancio non corrisponde e non si inquadra neppure in quello schema di piano a suo tempo elaborato, cui più volte si è fatto riferimento e sul quale si sono intessute tante polemiche.

Non ho detto però che non si può, o non si vuole fare il piano e neppure che si debba ritardarne la predisposizione.

In realtà ho esposto solo una tesi che trova ampi consensi fra i tecnici, gli esperti e i programmatori del nostro Paese, cioè che non sarebbe un piano quel documento che assumesse delle previsioni neutrali di andamento delle spese e delle entrate, mettendo in fila le cifre delle risorse prevedibili e delle spese che ogni settore dell’Amministrazione intende o con moderato slancio immagina di poter fare.

Certamente un tale documento della programmazione e delle priorità potrebbe essere steso anche domattina.

Ho inteso affermare che, per noi, un piano ha un senso, in quanto le previsioni finanziarie di spese e di entrate siano inquadrate all’interno di una logica che deriva da scelte fondamentali, da analisi ed indirizzi di economia generale della regione metropolitana.

Sono le scelte urbanistiche del comprensorio, le scelte economico-politiche, le scelte sulla politica dei trasporti che costituiscono la premessa per la costruzione del piano.

Il piano al quale, almeno così mi è parso, sembra guardare il Consigliere Ottolenghi, sarebbe solo un documento che si cura soltanto dell’aspetto contabile interno della nostra amministrazione e altro non sarebbe che una sommatoria dei bilanci preventivi dei cinque anni con un tasso di incremento annuo convenzionale e astratto.

Non pretendo di dare lezioni, non ne avrei né la competenza, né la capacità, ma la consulenza e l’assistenza degli esperti della materia mi confortano sulla validità di queste mie asserzioni.

Non è necessario, ma forse non è neppure superfluo in questo momento, ricordare tra le tante l’opinione di una delle più riconosciute e meno contestate autorità mondiali in materia di pianificazione, il Timbergen, per il quale la scelta della migliore articolazione possibile degli interventi (cioè il piano finanziario e operativo a breve e medio e lungo termine) è solo il coronamento di una serie di attività precedenti, che sono decisionali e conoscitive, e che Comune di Milano non ha certo a tutt’oggi ancora esperite; fissazione degli obiettivi che si vogliono raggiungere; conoscenza reale e sufficientemente precisa della situazione di fatto e delle sue tendenze; ricognizione di tutti i vincoli esterni (per esempio il grado di effettività dei livelli superiori di programmazione e innovazioni legislative); consultazione, resa istituzionale, dei titolari di interessi che la programmazione dovrà toccare; predisposizione di alcuni strumenti di intervento istituzionale (nel nostro caso l’ente per i trasporti e una serie di contatti istituzionalizzati con i diversi comuni del P.I.M. su vari problemi), l’esistenza o non esistenza dei quali è senz’altro in grado di influenzare il tipo di scelte di interventi finanziari che il piano poliennale volesse fissare.

Si è contestata la validità dell’affermazione che le entrate debbono essere dimensionate rispetto agli scopi che si vogliono raggiungere.

La contestazione potrebbe valere forse per il piano nazionale, nel quale il quadro delle risorse totali, mutui compresi, è imposto dalla bilancia dei pagamenti.

Per il Comune è diverso e, nonostante i vincoli giuridici sull’ammontare dei mutui, resta pur vero che a seconda di cosa e quanto si vuole fare si potrà cercare di determinare (e la misura del grado di libertà che ancora può restarci in questo campo anch’essa una delle cose da accertare prima di fare il piano) totale delle risorse da impiegare.

Proprio l’impegno di questo Consiglio Comunale ti far funzionare le premesse conoscitive e la volontà politica dell’Amministrazione di operare scelte decisionali necessarie, sono le premesse per fare un piano, la cui predisposizione riteniamo urgente.

Ed è a questo scopo che ho teso la mia esposizione programmatica.

Considerata questa urgenza dovremo porre in atto un meccanismo che si valga di strumenti burocratici e tecnici, dell’utilizzazione delle ricerche e degli studi disponibili e al quale dovremo chiedere la collaborazione delle forze del mondo del lavoro, della cultura e delle forze politiche rappresentale in questo Consiglio Comunale.

Solo così potremo predisporre un documento che, per il metodo della sua costruzione e per le scelte operate, possa essere considerato uno strumento di pianificazione democratica.

L’altra questione è il discorso sulle forze politiche.

Da più parti ci hanno chiesto su quali forze conta di reggersi la Giunta.

E’ un discorso che potrebbe essere ribaltato facilmente e che potrebbe legittimare da parte nostra le domande circa quali forze sono disposte ad appoggiare il programma che abbiamo esposto e le proposte – alcune delle quali di non poco momento – che presenteremo nelle prossime settimane e nei prossimi mesi.

La Democrazia Cristiana e il Partito Socialista Unificato hanno fatto una scelta politica ben chiara per costituire una coalizione di maggioranza relativa, aperta alla collaborazione dei gruppi presenti in Consiglio.

Non abbiamo intenzione di fare certo il pendolo, ma piuttosto di provocare, sulla base di un costante confronto, quelle convergenze che quanto ci proponiamo di fare per la città ci sembra debba meritare.

Noi abbiamo chiaramente detto quello che vogliamo e che ci proponiamo di fare, siamo anche convinti che sia quello che oggi Milano chiede. Desidero quindi assicurare il Consigliere Granelli, che ringrazio ancora e particolarmente per il notevole contributo che ha portato alla discussione e per la leale e incondizionata dichiarazione di riconfermato impegno ed appoggio del partito Democratico Cristiano (che egli ha qui rappresentato), che, qualora si profilasse il pericolo di difficoltà insormontabili dovute ai mancati e responsabili consensi che vengono auspicati, sarebbe, forse prima di ogni altro, il Sindaco a prospettare all’opinione pubblica della città e al corpo elettorale la necessità di un chiarimento politico.

Chiarimento politico il quale solo, ove queste circostanze si verificassero, potrebbe sciogliere i nodi qualora si rendessero in questa sede inestricabili e dare ai programmi e agli orientamenti che ho esposto e la cui realizzazione sono convinto sia strettamente legata alle esigenze di sviluppo della città, le forze necessarie per la loro attuazione.

Signori Consiglieri,

ci siamo certamente assunti un compito assai grave ed oneroso nel convincimento che fosse possibile e si dovesse tentare un rilancio del nostro Comune. Lo abbiamo fatto in un momento nel quale avrebbe potuto prevalere un facile pessimismo.

La nostra impressione era che, se si fosse proposta alla città, una politica coraggiosa ed impegnata, si sarebbero trovate solidarietà e adesioni consapevoli e si sarebbero raccolte intorno a noi le forze necessarie ad affrontare il compito che ci siamo proposti.

Le consultazioni con le forze che operano in città e il consenso che in Consiglio si è manifestato per questo metodo, ci hanno convinto che intorno al Comune che cerca di riprendere un’azione ed una tradizione particolarmente valide, si sono formate favorevoli aspettative ed altrettanto valide possibilità di collaborazione e solidarietà.

Questo clima è stato avvertito in modo esatto dal Consiglio ed ha permeato di sé la nostra discussione. Dobbiamo augurarci ora, e sinceramente ce lo auguriamo, che questa disponibilità, questo spirito di collaborazione, questo atteggiamento positivo, possano caratterizzare il lavoro che ci attende e possano essere presenti e concretamente manifestarsi quando dovremo passare dalla definizione di un programma alle decisioni per la sua attuazione.

E’ questa, infine, la nota positiva e nuova che mi sembra il poter cogliere e per la quale intendo ringraziare tutti, perché ad essa ognuno di noi ha certamente contribuito.

Ċ
Fiap Presidenza,
19 lug 2014, 05:52
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